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Lucia Tanti: “centri di aggregazione sociale, inutile insistere. La sicurezza sanitaria viene prima di tutto, le attività con molte persone sono un rischio inutile che non farò correre ad Arezzo”

“Il cuore oltre l’ostacolo si butta per garantire agli anziani delle case di riposo di rivedere figli e nipoti. Come dico no alla movida dei ‘citti’, dico no anche a quella dei ‘nonni’”

“Capisco che la voglia di normalità faccia da padrona e comprendo chi vuole lasciarsi tutto alle spalle: la paura, la tensione, le limitazioni, il distanziamento sociale. Lo capisco veramente perché è un fenomeno che fa parte dei traumi da post ‘reclusione”. Tuttavia non posso permettermi di cedere solo per andare incontro a esigenze che comprendo ma che appaiono un fuor d’opera in questo momento ancora delicato e che impone di evitare tutte le situazioni dove si trovano a convivere più persone”.

Così l’assessore Lucia Tanti entra di nuovo sul tema della riapertura dei Centri di aggregazione sociale. “L’ultimo Dpcm del Governo inserisce i centri di aggregazione sociale tra le attività per le quali non è consentita la riapertura e trovo ultroneo che si spieghi perché;  vi sono poi  le linee guida emesse dalla Conferenza Stato-Regioni per le riaperture di tutte le attività, comprese le realtà aggregative, per le quali sono previsti protocolli tali da prevedere in futuro le aperture, ma senza che queste possano essere tali da consentire la presenza di molte persone.

Va da sé che il distanziamento limita ogni forma di aggregazione sociale e chi chiede linee guida o vaghe road map, al di là della sterile polemica, può avere solo una risposta sensata: i Cas come immobili si possono anche astrattamente aprire, ma le attività che li contraddistinguono da sempre, per loro natura, sono vietate. E lo sono perché mettono insieme numerose persone, prevalentemente sopra i 65 anni, per fare aggregazione in un tempo dove vige ancora il distanziamento sociale come imposizione legata all’emergenza sanitaria in corso.

Ad Arezzo i Cas sono 22 e hanno, complessivamente, circa 5.000 soci. Il 5% degli aretini sono dunque soci di un centro di aggregazione sociale. Ora, a meno che non si intenda aprire un Cas per ospitare circa 20 persone alla volta, trovo davvero singolare questa insistente richiesta. Se da una parte, quindi, sostengo tutte quelle iniziative che nel rispetto delle regole di sicurezza permettono agli anziani delle nostre case di riposo di poter rivedere i propri figli e i propri nipoti, convinta che in queste situazioni oltre alla prudenza debba esserci il coraggio e la fantasia per dare risposte forti, non mi pare che ci si debba oltremodo soffermare su richieste obiettivamente prive di senso che espongono le persone a rischi inutili.

Ricordo che ci sono centri che hanno anche 800 soci e che ai tempi pre-Covid mettevano insieme, tra sabato e domenica, oltre 300 persone con spettacoli teatrali, gioco di carte, musica e ballo. Ecco, queste cose non si possono fare e sarebbe ridicolo battersi contro la movida dei ‘citti’ e poi dare il via alla movida dei nonni.

Ciò non toglie che se qualche Cas meno ‘popoloso’ e che negli anni ha avuto qualche difficoltà, come per esempio il Cas del Pionta, vuole fare una micro-sperimentazione per riorganizzare gli spazi interni può farlo, ma basta seguire le linee guida per capire che tutto ciò che aggrega molte persone è vietato. Quindi: la vita vera dei Cas è sospesa, se poi qualcuno intende riaprire l’immobile per poche persone assumendosi le responsabilità, sono pronta a sostenerlo, ben sapendo che ciò che facciamo serve da placebo. 

Ci sono momenti in cui si cerca il ‘colpevole’ e si cerca di avere delle risposte che purtroppo non si possono dare; per me sarebbe facile dire: fate ciò che volete, certa che poi lo stop arriverà da altri. Io per stile personale e per funzione politica sono abituata a dire ciò che va detto e oggi va detto che le aggregazioni sociali sono rischi inutili: non permetterò che Arezzo ne corra.

Sarà impopolare, ma se il prezzo del consenso è il rischio mi assumo la responsabilità di dire no. Del resto quegli amministratori che a febbraio hanno spinto i cittadini a fare aperitivi, frizzi, lazzi, feste, giochi, mesi dopo hanno contato i morti. Ecco: questo rischio non lo corro e non lo faccio correre ad Arezzo con buona pace di qualche presidente che ancora, per inciso, deve aggiornare l’elenco e le attività del proprio centro di aggregazione e che potrebbe usare questo tempo sospeso per allinearsi con tutti gli adempimenti. La sicurezza sanitaria prima di tutto, costi quel che costi”.

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